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La Chiesa dei P.P. Filippini o dell’Oratorio


La Chiesa dell’Oratorio è strettamente legata alla venuta dei Padri Filippini a Giarre. La loro presenza determina la istituzione e l’organizzazione della scuola secondaria con le cattedre di Umanità e Retorica, Grammatica e Filosofia, già sin dal 1763.
In un documento del 7 maggio 1781, viene invocata la decisione del Re del 12 febbraio 1768 relativa alla «sussistenza delle suddette Scuole contro l’astiosità dei Mascalesi e taluno di questo quarterio (Giarre) che vorrebbero distruggere le scuole volendo sacrificare tanti giovani che senza d’esse rimarranno nelle tenebre dell’ignoranza e marciranno nell’ozio, radice di tutti i vizi al loro privato indegno fine»(1).
Nel contesto dello stesso documento viene richiamata l’opera svolta dai Padri di S. Filippo Neri, da poco arrivati a Giarre: «Purtroppo evidente, Signore eccellentissimo, s’è il vantaggio di questa città dapoiché, oltre la costumatezza coltivata, mercè le scuole, nella gioventù, quale si esercita in un venerabile Oratorio alle medesime spettante ed ad esse attaccate, molti si son provati innanzi alle scienze trovandosi allievi laureati in legge, in grado, di poter esercitarla in servizio o sollievo del pubblico, ed altri in corso della stessa professione. Molti ecclesiastici secolari di merito distinto nelle loro comunità vi sono professori di medicina e notai, ed insomma per il commodo, che vi trovano li giovani di apprendere nel loro paese le suddette 3 scienze iniziali e necessarie per tutte le altre di maggior cavato, si veggon fiorire nelle dottrine e allontanati dai vizi, rendersi utili alla Repubblica e rispettosi ai superiori(2).
Certamente, Mascali non guarda con simpatia il quartiere che si prepara a diventare un centro di studi e di scuola privata, ed in parecchie occasioni, tenta di soffocare sul nascere le varie istituzioni. E Giarre invoca l’aiuto del Re, denunziando la faziosità di Mascali: «E sul riflettere del pari, che l’abolizione delle medesime (scuole) nulla rilieva al pubblico, ma soltanto profitta a puochi privati, per altro benestanti, che non soddisfatti ad abbastanza di quello (che) li ha somministrato la Provvidenza divina, famelici sempre di più, ed ingordi, sotto pretesto di elemosina, servigio di chiese ricchissime, ed altri mendicati titoli, si vorrebbero devorare tutto il civico patrimonio di questa povera città, e per operare ciò a man salva, amerebbero lasciare in una cieca ignoranza questa popolazione, per non aprire gli occhi alla luce e scoprire le loro magagne, vedere e conoscere le ingiustizie, ed oppressioni che li fanno soffrire»(3).
Ma i tentativi di chiusura delle scuole lungo l’arco del Settecento non sortiscono l’effetto sperato da Mascali. La chiusura di tutte le scuole di Giarre da parte di Mascali, si avrà nel 1813, suscitando rancore e malcontento in tutta la popolazione.
Avvenuta la separazione tra Mascali e Giarre, l’Oratario dei Padri Filippini resta a lungo l’unica istituzione di scuola secondaria in grado di assicurare, attraverso la disponibilità dei Padri Filippini, una certa continuità e un notevole prestigio alla scuola. Infatti, i tentativi fatti dal Comune di istituire scuole pubbliche restavano inefficaci per mancanza di alunni. Per tal motivo, col tempo, incominciano ad incrinarsi i rapporti tra la municipalità e i Padri Filippini, ai quali, di volta in volta, saranno contestati una serie di atti che, a giudizio degli amministratori comunali, non sono rispondenti e alla finalità della Congregazione e alla serietà degli studi. L’ostruzionismo della Municipalità contro i Filippini trova la sua ragion d’essere nella volontà degli amministratori di Giarre di controllare i centri dell’informazione e della diffusione della cultura, data la ispirazione, prevalentemente liberal-massonica, dei consigli civici del tempo.
I padri di S. Filippo Neri arrivano a Giarre nel settembre del 1760, quando il Prevosto, richiesto «dai fanciulli e ragazzi della città di Mascali e quartiere delle Giarre che, per causa di mala cultura, per mancanza di operai erano in procinto di perire sì nelli vizi che nell’ignoranza»(4), aveva prospettato ai Filippini di Acireale la possibilità di aprire un educandario in uno dei più bei quartieri della vecchia Contea.
Il primo padre Filippino venuto a Giarre fu il sacerdote Don Angelo La Rocca, «uno dei primi padri del celebre santo Oratorio di detta città di Aci, l’Istituto del quale è istruire alli fanciulli e nelle scienze e nel santo timore di Dio»(5).
L’azione e l’opera di questo sacerdote fu molto apprezzata: Egli «si diede principio a faticare predicando, confessando, facendo scuola di grammatica, filosofia e teologia morale, scienze già mai intese in Mascali»(6).
Ben presto, il 20 febbraio del 1761, Mons. Fr. Tommaso Moncada, ordinario di Messina, alla cui Diocesi apparteneva Mascali, autorizza la costruzione di una Chiesa e di un Oratorio a spese dei cittadini che ne avevano fatta richiesta nel famoso «memoriale dei fanciulli» con il quale era stata invocata la presenza dei padri di S. Filippo Neri in Giarre.
Don Angelo La Rocca si mette a lavorare, e già nel settembre del 1761 acquista un magazzino «da convertirsi in Chiesa dell’Oratorio»(7).
Nel 1770, con un documento ufficiale, il Comune di Mascali assume l’impegno di corrispondere, annualmente, al venerabile Oratorio 15 onze cioè «10 per suppellettili e tutt’altro necessario, ed onze 5 per il cappellano, il quale avesse l’obbligo di celebrare la messa tutte le feste in detto Oratorio e far la dottrina cristiana ai ragazzi la domenica dopo pranzo»(8).
Ma l’opera di Don Angelo La Rocca viene sostenuta da un altro sacerdote che tanta parte avrà nella costruzione della Chiesa di S. Isidoro – la Chiesa Madre di Giarre – e in quella dell’Oratorio: il Vicario foraneo Don Domenico Spina, futuro Prevosto.
«Il 15 Aprile del 1829, giorno della sua morte, così lo salutarono i padri dell’Oratorio: «Passò da questa a miglior vita il reverendo Sacerdote Vicario Don Domenico Spina di anni 78. Primo preposito di questo venerabile Oratorio, uomo di molta virtù e esemplarità; operaio sollecito, ed indefesso in ogni cultura del mistero apostolico, e benefattore insigne della chiesa dell’Oratorio, che fu l’opera delle sue mani; per l’anima di cui come fratello (ascritto all’opera del SS. Crocifisso) si devono, dai reverendi, celebrare due divine messe»(9).
Don Domenico Spina appare, per quello che ci resta dai documenti, per la prima volta, nel concordato del 20 dicembre 1818 tra il beneficiale, i deputati della Chiesa di S. Isidoro e il Magistrato municipale(10).
Era necessario aprire al culto la nuova Chiesa (l’attuale Matrice) e il Vicario foraneo interviene al fine anche di garantire i privilegi, certamente non indifferenti, del beneficiale don Giacomo Quattrocchi, quale cappellano di Regio patronato. In epoca successiva il Vicario viene eletto cassiere di tutti gli introiti per la fabbrica della Chiesa di S. Isidoro. Ma il centro della attività del Vicario Domenico Spina resta l’organizzazione della Congregazione dei padri di S. Filippo Neri e dell’Educandario, anche se il clero giarrese volle evidenziare, alla sua morte, l’attività da lui svolta per la costruzione della Chiesa di S. Isidoro.
«Adm Rev. Dominicus Spina huius communis vicarius optime meritus: bono pubblico impigre studuit: matricem hanc ecclesiam funditus erexit. Res liturgicas ac clericalem disciplinam primus promovit: confessionibus audiendis exemplar et moderator sacris ministris extitit. Verbo, consilio, pecunia, Dei vineam numquam defecit, merito ut omnium pater collacrimatus, in tot heneficiorum gratam memoriam solatiumque. Praesbiteri giarrenses hanc pingi curaverunt. Obiit 15 Aprile 1829».
Tale iscrizione sta alla base di un dipinto ad olio su tela raffigurante il Vicario Domenico Spina nella sagrestia della Matrice di Giarre.
Un problema importante per Giarre, divenuto Comune autonomo, già sin dal 1815, ma effettivamente dal 1823, è l’organizzazione delle scuole per la formazione della gioventù.
I Padri Filippini già sin dal 1770 avevano ottenuto da Mascali un assegno annuo per la dottrina cristiana «ogni dopo pranzo di tutte le domeniche» ma il Vicario vuole integrare l’istruzione religiosa con quella letteraria. Nel 1787 compra (così si legge nel suo testamento del 23 maggio 1823), «un tenimento di case consistente in diverse officine con cortile ed altri, attaccato e laterali a questo suddetto venerabile Oratorio», locali che in un primo momento vennero affidati al Comune per le scuole ma successivamente furono restituite ai Filippini per l’ampliamento del loro Educandario. Il Vicario «veduto che Dio ha dato e da tutt’ora un felice successo ai travagli di alcuni zelanti ecclesiastici, che si hanno incaricato senza verun ombra di interesse, spinti dal solo motivo della gloria di Dio, della educazione dei giovani, in questa Chiesa cosiddetta dell’Oratorio di S. Filippo Neri di questo Comune delle Giarre, per dare solidità e perpetuità all’opera cominciata tanto vantaggiosa al pubblico», supplica Ferdinando I, Re delle due Sicilie, di volergli autorizzare l’apertura in Giarre della Congregazione di S. Filippo Neri «per attendere alla morale e letteraria educazione della gioventù».
Il Re, in data 1 Aprile 1819, autorizza l’istituzione della Congregazione, che prende il titolo di Congregazione di S. Filippo Neri e il sottotitolo di Maria SS. della Purità.
Gli articoli generali che il Vicario Spina sottopone all’approvazione della commissione della pubblica istruzione di Palermo, sono il frutto della sua esperienza e capacità organizzativa. Doti queste dimostrate non solo nella responsabilità spirituale della forania ma ancora in circostanze particolari della vita della comunità civile giarrese. Così infatti scriveva all’Intendente di Catania per evitare che a Giarre venisse nominato sindaco un ripostese: «Il Sacerdote Domenico Spina dei Padri dell’Oratorio delle Giarre umilia a vostra Eccellenza che ha dovuto osservare con orrore che nella nomina del novello sindaco di quel Comune due soggetti si proposero del quartiere di Riposto, il primo don Sebastiano Fiamingo, il secondo don Leonardo Tomarchio senza considerare il Decurionato che la residenza al Sindaco è quasi assolutamente necessaria che già in Giarre come il luogo più centrale del territorio e di passaggio dei militari... Non basta o Signore che in Giarre non vi risiedia il Giudice del circondario che abita nel quartiere della Macchia in casa dell’anzidetto don Mariano Patanè suo cugino, non basta che non vi sia l’Economo – (forse il Vicario si riferisce a don Salvatore Fiamingo, futuro Arciprete di Giarre al quale la municipalità negherà la congrua per aver abbandonato la sua diletta sposa (la Chiesa) e curato le sue vigne di Macchia) – prima dignità ecclesiastica che pure abita alla Macchia; non basta che non ci sarà probabilmente il sindaco che verrà eletto del Riposto ...Il suffragante ha fatto ciò presente perché mosso dal solo zelo patriottico, non pretendendo offendere nessuno dei nominati del Riposto e della Macchia».
Di certo Macchia aveva avuto una parte notevole nella storia della vecchia Contea ed era un centro non indifferente della vita economica e sociale sin da quando la vecchia strada Consolare che da Catania portava a Messina l’attraversava all’altezza della Chiesa di S. Matteo. Quando però le strade costiere diventarono meno pericolose e più agevoli al passaggio dei militari, da Trepunti viene aperta una strada che conduce direttamente a Giarre senza passare per Macchia. La storia dello sviluppo delle comunità non può fare a meno della conoscenza dello sviluppo delle vie di comunicazioni.
L’ascesa di Giarre infatti è legata all’incremento di questa arteria di Giarre che da Trepunti arriva quasi in linea diretta al Santuario della Madonna della Strada, riversando sulla piazza principale di Giarre tutto il traffico che da Messina va a Catania e viceversa(11). E lo smembramento del territorio della contea, che Giarre inizia sin dal 1815, non poteva essere guidato da altri quartieri, sia perché non godevano di una posizione di privilegio, sia perché quasi tutti interessati nei centri di potere della vecchia Mascali. Nel quartiere «delle Giarre» probabilmente si concentra una classe sociale diversa che, puntando sulla centralità del quartiere, vuole fondare una comunità nuova che offra spazio politico e nuovi centri di potere. E il Vicario Domenico Spina doveva appartenere a questa classe sociale (anche se avanzato negli anni) tutta tesa a rompere con la vecchia Contea. Vale la pena ricordare quello che egli aveva scritto a proposito di Giarre: «Ed in Giarre malgrado che i malevoli l’abbiano sinistramente informato di quei abitatori, la verità si è che ivi si trova una maggiore quantità di individui più idonei al disimpegno di tali cariche, non solo in proporzione della grandezza del Comune ma in proporzione ancora del numero dei soggetti che offre in se stesso un Comune ove si scorge più cultura e più civilizzazione».
Tali interessi politico-sociali non distolgono, tuttavia, il Vicario dell’attività che si era proposto: la costruzione della Chiesa Madre, l’incremento dell’Oratorio, l’istituzione della Congregazione dei Padri di S. Filippo Neri e la fondazione dell’Educandario.
Vengono indicate in tredici punti le linee fondamentali sulle quali poggiano e la Congregazione e l’Educandario: Il preposto è il responsabile delle due strutture e dovrà essere collaborato dal maestro di spirito e da un economo. Ai giovani viene richiesto un impegno coerente alla educazione dei tempi: la recita del Santo Rosario, la frequenza dei sacramenti, mezz’ora di orazione mentale, cinque ore di studio al giorno, l’istruzione catechistica nei giorni di vacanza e l’istruzione letteraria.
Le materie curriculari dell’Educandario che curava l’istruzione secondaria sono: Grammatica e Lingua Italiana e Latina; Belle Lettere; Matematica; Filosofia; Teologia Morale e Dommatica.
Gli articoli prevedono anche l’utilizzazione delle cinquanta onze annuali che il Comune corrisponde all’Oratorio prelevandole dal cap. I art. 70.
Lo schema elaborato dal Vicario viene sottoposto all’approvazione della Commissione della Pubblica Istruzione di Palermo e costruirà la base dei futuri rapporti spesso polemici con la municipalità giarrese.
Il punto controverso e sul quale si dibatterà per quasi un cinquantennio sarà il costante rifiuto da parte dei filippini ad «assoggettarsi» alla sorveglianza del Comune, in quanto l’Educandario non è un «collegio pubblico sostenuto a spese del Comune, ma un’opera particolare, che soltanto ha per oggetto la Congregazione dei Padri ricorrenti nel suddetto Oratorio, per ivi dedicarsi all’istruzione della gioventù...; e perciò nella reggenza dello stesso è inopportuna ogni estranea cura, che deve essere soltanto riserbata alle potestà superiori della Congregazione cennata. Né giova il dire, che il Comune ha fatto un assunto di onze 50 annue, giacché la deliberazione decurionale, che lo stabilì, non fa affatto conoscere aver la stessa seguito per aver il Comune una superiorità in un Educandario, che non gli appartiene» (12). E il Vicario Domenico Spina, invocando l’approvazione del suo regolamento chiede calorosamente al Presidente della Commissione della Pubblica Istruzione di Palermo che «si benignasse prescrivere che, nella reggenza del suddetto Educandario, non dovesse aver affatto ingerenza qualsiasi potestà laicale del Comune, e che soltanto per quello riguarda l’istruzione, che dovrà darsi alla gioventù, non debba se non dipendere che dalla sola Commissione dell’E.V., dichiarando come inutili ed inopportune le deliberazioni fatte, e che si faranno in avvenire dal decurionato su questo oggetto»(13).
Dalla lettura dei documenti si può constatare che gli articoli proposti a suo tempo dal Vicario Domenico Spina furono regolarmente approvati dalla commissione della P.I. di Palermo, anche perché non si trova traccia di contestazioni tra le parti sino al 1847, allorquando, il sindaco dell’epoca vuole apportare alcune modifiche ai regolamenti approvati nel 1819 (Delib. Cons. Com. Giarre, Vol. I, 1849, pp. 113-120).
Il 27 gennaio 1848 anche Giarre aderisce alla Rivoluzione e la circostanza viene così tramandata ai posteri nella delibera del primo giugno 1848: «considerando che egli è un fatto costante a tutti, che fin dal 27 gennaio giorno in cui si innalzò la tricolata bandiera in questo Comune...» (Delib. Cons. Com. Giarre, vol. I, 1848, p. 29).
A distanza di un anno, il 5 gennaio 1849, il Consiglio civico viene convocato per essere informato sui risultati dei lavori della Commissione, appositamente nominata, per l’esame dei documenti dell’Educandario e per sentire alcune proposte di riforma dei regolamenti (Delib. Cons. Com. cit. 1849). Viene riferito in Consiglio che, al momento della approvazione dello Statuto dell’Educandario, nel 1819, la Commissione di P. I. di Palermo – organo di controllo – aveva aggiunto alcuni articoli, in forza dei quali, l’Istituto veniva posto direttamente sotto la «vigilanza» del Comune.
A distanza di pochi anni la vertenza supera i confini comunali e si trasferisce a Catania e a Palermo, acquistando le dimensioni di un dibattito giuridico interessante.
C’è da tener presente che l’educazione e le scuole, specialmente nel Regno delle Due Sicilie, erano monopolio del Clero, e le Municipalità trovavano comoda tale situazione che non aggravava le loro finanze. Basti pensare che prima Mascali e poi Giarre, per le cinque scuole funzionanti nell’Oratorio di S. Filippo Neri, versavano un assegno annuo molto modesto.
Quando però l’Amministrazione locale di Giarre prende coscienza dell’importanza dell’organizzazione della cultura, allora la lotta coi Padri di S. Filippo Neri diviene inevitabile.
Essa segna l’inizio di una nuova epoca, di una diversa società che si era formata in Giarre sin dal 1815 – data della separazione di Giarre da Mascali – prima della definitiva avvenuta nel 1823.
L’ordine del giorno proposto dal Consigliere Barbagallo, nella seduta del 10 Luglio 1863, è abbastanza chiaro: «I P.P. dell’Oratorio hanno diritto di esistere come Corpo insegnante, posto che si sono rifiutati sottoporsi alla visita d’istruzione, di sopravveglianza, ed ottemperare alle disposizioni vigenti in fatto di istruzione pubblica come risulta agli atti?
Ammesso questo primo, i cennati P.P. hanno diritto di essere come corpo sodalizio ristretto alla semplice preparazione dei novizi?
Adottati i superiori quesiti, il Municipio deve esso stesso provvedere a trasportare in quel locale le scuole, molto più che le case dove quei P.P. hanno dettato il pubblico insegnamento, originariamente erano di questa Comunità, e tali sono stati s’in oggi, come fan fede gli atti?
Dopo un ampio dibattito nel quale si scontrano tesi diverse, l’ordine del giorno viene messo ai voti e votato alla unanimità dei presenti, undici consiglieri, perché si erano allontanati il dott. Paolo Macherione, il Sac. Leonardo Barbagallo e il Sig. Innocenzo Russo Aquino, chiaramente di parere contrario.
Conclusa questa votazione, con lo stesso numero dei Consiglieri votanti, il Consiglio «ritenuto che i Padri Filippini non potranno esistere come corpo insegnante; ritenuto che non possono restringersi alla semplice preparazione dei novizi; ritenuto che avendo ancora contravvenuto al contratto debbano cessare dalla direzione del pubblico insegnamento del locale che si è del Comune; ritenuto che per non difettare la pubblica istruzione è giusto regolare che il Municipio procedesse nel frattempo a fare le pratiche relative; per alzata e seduta all’unanimità delibera facultare la Giunta Municipale a poter fare tutti provvedimenti che stimerà migliori, accordando alla stessa la maggior latitudine, onde il superiore Ordine del Giorno adottato (dal Consiglio) sortisca il suo pieno effetto».
Prima di questa definitiva votazione il Consigliere Macherione, antenato del poeta e patriota Giuseppe Macherione, allievo delle scuole dei Filippini, dopo i tentativi fatti all’inizio della seduta di farla votare e di farla annullare per vizio di convocazione, aveva invano invitato il Consiglio a riflettere per non distruggere quello che era stato fatto e dice «non distruggere quello che era stato fatto e dice non discovenire dalle teorie esposte dagli Onorevoli Consiglieri preopinanti però osserva che la questione è composta sui generali, scendendo da vicino poi a trattare la questione si fa osservare che il Consiglio dovrebbe procedere con conoscenza di causa pria che si determinasse ad una deliberazione in senso contrario ai Padri Filippini. Dice che non bisogna procedere alla cieca. Richiama al Consiglio che dovendo far da giudice imparziale, quale dovrebbe essere la sua missione, deve pienamente conoscere gli atti che assistono il Comune, e quelli che militavano in pro dell’oratorio. Bisogna conservare non distruggere. La Comune non essere al caso di sostenere una siffatta spesa. Fa appello a se stesso e si dice riconoscente verso quei luoghi, come ognuno dovrebbe esserlo. Sostiene che nello Oratorio si ebbe insieme alla maggioranza dei cittadini Giarresi il primo impulso all’istruzione. Non doversi guardare l’istruzione d’oggi, la quale è giusto che progredisca con ogni sforzo ma sibbene con altri mezzi, ed in altri luoghi senza distruggere quei luoghi ove nel passato questa funzione eminente del viver sociale non si conosceva che per i Padri dell’Oratorio».
A distanza di pochi giorni dalla decisione presa dal Consiglio Comunale di Giarre si abbatte sull’Istituto dei Padri Filippini l’applicazione della Legge 7 Luglio 1866 relativa alla soppressione degli Ordini e Corporazioni religiose.
Il 18 dicembre del 1866, il Dott. Miceli Francesco, per conto del Demanio, prende possesso dell’oratorio dei Filippini alla presenza del Sacerdote Francesco Fichera, in mancanza del defunto prevosto Sacerdote Bartolomeo Cavallaro. Con il verbale poi dell’11 Aprile 1871, viene perfezionata, da parte dell’Amministrazione del fondo per il Culto, la cessione e consegna dell’Oratorio dei Padri Filippini e la chiesa annessa, fatta in via provvisoria nel 13 maggio 1868, al Comune di Giarre. Consegnatario, per il Municipio, è il Sindaco, il dott. Sebastiano Fichera, quello stesso che aveva presieduto la storica seduta del 10 Luglio 1863, nella quale il Comune di Giarre, nella maggioranza di ispirazione liberal-massonica, aveva, anticipando i tempi, deliberato la definitiva estromissione dei Padri Filippini dall’Oratorio.
Si chiudeva così, a distanza di 110 anni dalla loro venuta, la vicenda dei Padri di San Filippo Neri di Giarre. Essi certamente hanno un posto non indifferente nel processo di formazione e organizzazione della cultura, a Giarre.
Assieme ai Padri Agostiniani Scalzi, nella Chiesa del Convento; ai Cappuccini di Acicatena, nell’Ospizietto di Altarello; ai Francescani del Convento di S. Biagio di Acireale, nella frazione di Tagliaborsa; ai Frati del Convento del Carmine di Acireale, «a Ramara», in Giarre e a Macchia; i Padri Filippini lasciarono una testimonianza notevole della loro azione nelle terre della vecchia Contea di Mascali. Alcune di queste testimonianze ci si presentano attraverso le opere e i monumenti che ci sono rimasti; altre poi, specialmente quelle che attengono ai valori delle ideologie, per le quali tante polemiche si svolsero, costituiscono certamente le radici dalle quali Giarre ha tratto, nel tempo, la sua linfa di crescita come centro di cultura, di commercio e di rappresentanza politico sociale.
L’interno della Chiesa presenta una notevole produzione artistica degna di nota minuziosamente descritta, col solito schema dal Prof. Enzo Maganuco.

Oggetto d’arte
Descrizione: Dipinto a olio su tela, raffigurante un miracolo di S. Biagio, e precisamente una guarigione per contatto, operata su un primate orientale. Il santo in mitra e pastorale, paludato con dovizia, tocca il petto del malato che seduto, su ricco stallìo e su seriche stoffe si abbatte indietro. L’opera, notevole, per quanto ci riporti alle caratteristiche e a qualche manierismo di Vito d’Arma (allungamento del taglio oculare verso la radice del naso) non è dell’artista predetto essendo i rapporti cromatici in ben altre misure. È di un notevole settecentista.
Ubicazione attuale: Arcone precedente la prima cappella a sinistra entrando. Dimensioni m. 1,45¥0,90.
Stato di conservazione: Buono il lato sinistro della tela essendosi gonfiato per il rallentamento del telaio ha incorporato nelle squame del colore molta polvere che ne perturba la giusta visione.
Basi storiche: È opera del settecento acese.
Oggetto d’arte
Descrizione: Balaustra in ferro battuto laminato con trabeazioni, fregi e fori ricorrenti, con colonnine angolari e foroni che hanno da frase tematica allo sviluppo di tutta la decorazione. La porticina sviluppa temi uguali nei due timpani e s’innalza in volute arcuate con temi originali. È armoniosa e gustosa manifestazione settecentesca di quell’arte che in Acireale ebbe maestranze giustamente famose.
Ubicazione attuale: Divide il tema dalla solea della basilichetta. Dimensioni: balaustra m. 4¥0,79, porticina cm. 107¥93.
Stato di conservazione: È letteralmente coperta da smalto bianco.
Basi storiche: È opera del primo settecento.

Oggetto d’arte
Descrizione: Dipinto a olio su tela raffigurante l’Angelo Raffaele che guida Tobiolo alla ricerca del pesce. Sullo sfondo un delicato paesaggio fluviale e, in primo piano, Tobiolo chino sulla riva, proteso sull’acqua e al suo lato l’angelo accennante, in posa slanciata e flessuosa. È opera ragguardevole che porta in sé una visione unitaria e serrata se pure la grazia settecentesca porta, come nel drappeggio di Raffaele, a qualche dispersione dell’effetto estetico. I rapporti tonali soavi e la linea disegnativa forte e delicata a un tempo ci portano all’arte di Vito D’Anna.
Ubicazione attuale: In cornu epistolae. Dimensioni cm. 138¥80.
Stato di conservazione: Buono, solo in alto la tela porta una lieve fenditura, il colore si conserva bene nei suoi rapporti.
Basi storiche: È opera della prima metà del secolo XVIII.

Oggetto d’arte
Dimensioni: dipinto a olio su tela raffigurante la Vergine col divin Figlio. In alto la colomba dello Spirito Santo, a sinistra, entro l’alone due Cherubini sorridenti. La Vergine riproduce il solito tipo siciliano caro a Vito D’Anna; non è escluso l’elemento ritrattistico come base dell’opera, nonostante la mistica e immota fissità dello sguardo. Delicatissimo nel plasmare mani e volti, corpi e pieghe, l’artista predetto come sempre, cade nella ricerca eccessiva della grazia a detrimento della vigoria rappresentativa.
Ubicazione attuale: Trovasi sull’altare maggiore. Dimensioni cm. 140¥85.
Stato di conservazione: Didascalie superiori hanno limitato alla base la stesura originale dell’opera; inoltre delle incredibili sovrapposizioni di lamine d’argento votive ad ornamentali perturbano il ritmo del dipinto. Il gesuino reca sulla mano un cuore d’argento; la Madonna un ramo fiorito e gigli in argento battuto. Nella sinistra il gesuino poi sostiene uno scettro pur’esso d’argento mentre al di sopra delle figure stelle e corone argentee chiudono la mistica rappresentanza.
Basi storiche: È opera della prima metà del secolo XVIII.

Oggetto d’arte
Descrizione: Coppia di cornici barocche di grandiosità e di effetto veramente rari che vanno conservate come espressione pura del lato notevole di uno stile che talora trova risoluzione estetiche per nulla degne di essere confuse con l’andazzo mediocre di un secolo. Attualmente incorniciano rispettivamente una brutta oleografia e una scialba «adorazione dei Magi» settecentesca. Sono cornici a corpo imitante il marmo oscuro e portanti agli angoli interessanti ornate a volute, a racemi, a bacche. Sono opere del tardo seicento.
Ubicazione attuale: Si trovano ai lati dell’altare maggiore, nella calotta absidale. Dimensioni cm. 140¥115.
Stato di conservazione: Sono in ottimo stato e potrebbero incorniciare opere tipiche del seicento.
Basi storiche: Sono opere del tardo seicento. La chiesa dell’Oratorio è oggi ben tenuta e diviene polo di attrazione spirituale per la sua artistica semplicità e ricchezza storica.

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