• Contatti

Login Registrazione

La Chiesa di Santa Maria La Strada


Un’antica tradizione, collegata con l’altra che fa dei Normanni – venuti in Sicilia intorno al 1061 – i difensori della cristianità contro gli Arabi, si tramanda, da secoli, sull’origine della Chiesa e del Pozzo, nel quartiere Santa Maria La Strada, del Comune di Giarre, tra il torrente Malogrado e quello della Trainara: «Verso l’anno 1080-81, dopo espugnata Taormina ed Aci, Ruggero si affrettò a far ritorno nelle Calabrie e in Puglia, chiamatovi di urgenza dal fratello Roberto, che erasi impegnato in una guerra in Oriente contro l’imperatore Alessio Commeno.
«Fu probabilmente in questa occorrenza che Ruggiero, seguìto da pochi cavalieri, per far quivi al più presto ritorno, scelse, l’antica via militare del versante orientale dell’Etna, ove erano in prevalenza i Siciliani. Volsi, secondo la costante tradizione – poiché le cronache di quei tempi ci sono avare di notizie – che in vicinanza del sito, ove oggi sorge il santuario, corresse il pericolo di cadere in un’imboscata tesagli dai Saraceni delle vicine torri di Malogrado o di Mascali, che ancora qua e colà in poco numero infestavano la Sicilia orientale, e che forse avevano avuto notizia del suo passaggio. Nell’imminenza del pericolo, temendo gli toccasse la stessa sorte di Ugone Gozzetta di Girgea, di lui genero, ucciso in un agguato ordinatogli dai Saraceni di Siracusa, presso le mura di Catania, invocò il potente ausilio della Celeste Regina col voto di quivi erigerle un santuario.
«Fatta che ebbe la fervida prece, si ode uno squillar di trombe e lo scalpitar d’una ferrata torma, e tosto appare come se movesse contro i Saraceni, un forte drappello di cavalieri armati, in candida uniforme.
«Gli Arabi, impauriti da quella vista, si ritirarono e gli lasciano libero il passo.
«Così Ruggiero potè proseguire il viaggio, e raggiungere felicemente Messina per recarsi di là del faro. Fu questa la causa che venne dato al Santuario, da lui eretto, ad eternare la memoria del divin prodigio, il nome di Santa Maria della Strada.
«...Penetratosi il Conte dei bisogni del piccolo tempio ed un popolo, che quivi si sarebbe adunato nei giorni della festività della Vergine Santa, e prevedendo che ivi sarebbe sorto un villaggio, come avvenne, vi fece scavare un pozzo, che, di generazione in generazione, è stato ed è chiamato il pozzo di Ruggiero»(1).
Di generazione in generazione il pio racconto si è tramandato con fede e dovizia di particolari; e la gente si è affidata alla protezione di questa Madonna, che viene onorata e pregata come guida nel viaggio del tempo sulla terra e verso il cielo. Si tratta di una tradizione che fa parte integrante della cultura della popolazione di questo vasto territorio. Chi arriva pellegrino per la prima volta in questa Chiesa, così ricca di storia e di devozione, porterà per sempre con sé la certezza di avere ottenuto una grazia particolare per la sua vita celeste e per la strada da intraprendere. Ed ogni anno, nella seconda domenica di maggio, sentirà il bisogno di tornare, anche spiritualmente, alla Casa della Madonna della Strada per rinnovare il patto di fede e di amore.
Santa Maria della Strada è per questa plaga etnea il nome più invocato e più venerato.
La caratteristica della devozione è quella di superare i confini della vecchia Contea e di richiamare devoti provenienti dalla fascia litoranea da Giarre fino a Giardini.
Sicché, per la festa che si celebra in onore della Madonna nella seconda domenica di maggio, notevole è la partecipazione della gente.

Il territorio
Il territorio di questa contrada è senza dubbio uno dei più fertili della Contea che aveva il suo centro spirituale e civile in Mascali.
Durante le concessioni enfiteutiche dei Vescovi di Catania, nella seconda metà del 500 e fino a tutto il 700, le terre che oggi fanno parte del comprensorio di Santa Maria della Strada, e che un tempo venivano incluse nel territorio della Cutula, furono prese a censo dalla borghesia benestante acese. Così arrivano in queste terre per la coltivazione della vite: Calì Costa, Raiti, Continella, Pennisi (Favazza), Scudero, Mirone, Leonardi, Greco, Carbonaro, Scionti, Pietro e Ignazio Lisi, Citelli: «Acireale, la quale per suo stabilimento, altro sostegno non aveva avuto, ed ha che il territorio di Mascali, che quasi la maggior parte d’esso è posseduto dalle concessioni fatte dai prelati di Catania, è stato beneficiato, e meliorato da vigne, alberi d’ogni parte e terre atte a seminerio, tanto che con l’impegno di somme considerevoli han reso coltivabile detto territorio, che prima delle concessioni niente, e puoco frutto dava, sicché la suddetta città, che è angusta di territori così si ha mantenuto, e mantiene per mezzo delle stesse concessioni come sopra beneficiate»(2).
Il Saggio sulla Topografia medica della Contea di Mascali di Giuseppe Antonio Mercurio, del 1854, anche se riferito a tutto il territorio della Contea, resta un’ottima guida per individuare l’interesse della gente «acitana» verso queste terre, poste in gran parte non lontano dal mare e in una vasta pianura chiamata ancora oggi «a chiana di Mascali».
Questo saggio inoltre ci informa sugli interessi dell’attività primaria della popolazione, sui suoi comportamenti, sulla varietà della produzione agricola, e sulle attività artigianali. Elementi tutti che fanno rivivere l’interesse economico non indifferente che Acireale traeva da queste terre.
«Meglio di due terzi di questa terra è posta alla cultura delle viti (vitis vinifera L) ed è ripartita in molte piccole proprietà. Quel terzo di terre non coperto di viti è destinato ai generi di cultura che andremo cennando. Non è da credere però che lo aver messo due terze parti dei nostri terreni a vigneti, sia stato un errore di calcolo. Una lunga esperienza ci ha ammaestrato, che la vite nelle nostre terre, coltivata secondo le nostre pratiche, dà una produzione precoce, invecchia tardi e dalla produzione di essa si ottiene un valore che supera qualunque altro che si potrebbe ricavare da altre produzioni. Dissodare fino alla profondità di quattro palmi e più ancora, il terreno destinato alla nuova piantagione delle viti, scegliere li tralci i più vigorosi, ed arare di continuo la terra, ecco il segreto per il quale si ottiene che tutti prosperino li magliuoli e diano un principio di produzione al secondo anno. Abbiamo vigneti dell’età di duecento anni che tuttora danno buona produzione. La struttura della nostra terra ch’è porosa e leggiera, la sua chimica composizione, la sua esposizione all’Est, e la disposizione in colli, si prestano a meraviglia in favorire questo genere di cultura. Qui si coltiva la vite in modo tutto pratico e sperimentale, e si conosce bene il modo di fare la potatura.
I nostri vini non riescono molto lusinghieri al gusto, ma ciò non proviene dalla inattitudine delle nostre uve e delle nostre terre, imperocché le terre della piana di Mascali e delle coste sono anzi molto atte a dar vini delicati, e d’un gusto squisito, la ragione è da ricercarsi nelle pratiche tenute nel fare il vino: le quali sono le più acconcie a fare i vini a seconda della richiesta commerciale, e non opportune a conservargli il gusto. Il nostro vino nella maggior parte si spedisce per l’isola di Malta, e quei mercadanti vogliono vini neri, da ciò ne segue che i nostri vini sono d’un valore proporzionale al nero più o men carico. Donde è avvenuto che tra tutte le diverse varietà d’uva che abbiamo, si coltiva esclusivamente il nerello, ed oltre a ciò ogni proprietario si affatica ad avere vino affatto nero, senza che per ottenerlo vi mescoli sostanza alcuna che fosse estranea.
Gli agrumi sono senza contrasto la seconda produzione delle nostre terre e della nostra industria: questi preziosi alberi, si per il grato odore del fiore, si per la perenne verdura delle loro foglie, e molto più per la beltà e bontà dei loro frutti, vengono coltivati in tutti i nostri giardini; però amano il clima il più dolce, così non possono essere accolti in tutte le nostre terre. Questi alberi di agrumi il cui frutto è messo in commercio, e viene asportato fuori sono coltivati in più estesi giardini nelle terre del Comune di Mascali, che possono essere irrigate dalle acque di Nunziata; da fresco si sono fatti altri giardini nelle terre degli Ausini. Le varietà più coltivate sono il melorancio (citrus aurantiorum) ed il limone (citrus medica). La quantità che viene esportata dai nostri giardini si calcola per 30.000 casse in ogni anno. Questa produzione aumenterà in breve per li giardini fatti da recente»(3).
Lo scritto tratta quindi degli altri generi prodotti nella Contea e dà quindi una lista de’ generi di esportazione.
«Vino la quantità annua che viene esportata varia da 14000, alli 15000 botti, di dodici barili misura giusta il codice metrico di Sicilia. Alcool dalli quintali 1.500 a 2.000. Antrita di mandorle, agrumi, canne, colle, carniccie, faggioli, frutta fresche, legne da far fuoco, lupino, cerchi di castagno, neve, noccioli, noci, olio di lino, olio d’uliva, piselli, sapone, seme di cotone, e molti altri genersi a seconda della varia richiesta commerciale; si comprende pure che una egual quantità di simili generi viene spedita per cabotaggio».
La chiesa
Tale stato di prosperità diffusa richiamava contadini in questa terra che avevano assicurata una non indifferente serie di giornate lavorative, le quali, consentivano, un discreto tenore di vita.
I proprietari acesi, al fine anche, di legare affettivamente sempre più i contadini alla terra, cercavano di facilitare l’esercizio religioso del culto e dell’osservanza dei precetti della chiesa.
La storia si fa per gradi: se prima la piccola chiesa della Madonna della Strada era solo un punto di riferimento legato al ricordo dei Normanni e alla cacciata dei Saraceni, col tempo essa diveniva un centro di riunione per ascoltare la parola di Dio e per l’amministrazione dei Sacramenti. La borghesia è sensibile a questa esigenza religiosa, che mentre soddisfa istanze e motivazioni dell’animo, è pure garanzia di controllo e di potere sulla popolazione tutta. La elevazione, quindi, della chiesa a sacramentale viene richiesta dai notabili della piccola borgata nell’anno 1854 ed è testimonianza storica del processo di formazione e di crescita di una comunità agricola locale.
L’atto, che segna la data di nascita della chiesa sacramentale apre la serie dei documenti dell’archivio della chiesa dopo quello, del notar Don Giuseppe Di Mauro del 1798, con il quale l’arciprete di Mascali, allora rettore di tutte le chiese della Contea, a nome della venerabile chiesa sottotitolo S.M. della Strada, concede «a perpetua enfiteusi a Giuseppe Russo, figlio di Michele, un pezzo di vigna di migliaia 4 circa con casa, palmento, torchio, tino e due botti per l’annuo canone d’onze 6 tari 22». La chiesa era stata destinataria di un tale bene. Ma non sappiamo quando e da chi. Dal 1854, i registri dell’archivio parrocchiale sono, poi, a parte il resto, una fonte preziosa per il controllo delle nascite, dei matrimoni e del movimento della popolazione.
Per quello che può significare, rileviamo che i battesimi sono in netta crescita per tutto l’arco dell’Ottocento e vanno a decrescere a partire dal 1904, epoca nella quale varie famiglie emigrano in America e poi al rientro si stanziano a Giarre e non più a Santa Maria la Strada.
I cappellani, dal 1854 al 1922, fino alla elevazione della chiesa a parrocchia, sono scrupolosamente assicurati dagli Arcipreti di Giarre.
Nell’ordine, si succedono i Sacerdoti Rosario Torrisi, Raimondo Bozzetta, Gaetano Guarrera, Antonio Scandurra, Antonio Pulvirenti, Francesco d’Aquino, Camillo Grassi, Salvatore Patanè, Stanislao Caratozzolo, Giuseppe Maccarrone, Sebastiano Contiguglia, Leonardo Grassi Gentile, Matteo Brischetto, Giuseppe Bella, Salvatore Raciti, Nicola Cardillo. Dei cappellani, a partire dal 1910 è ancora vivo il ricordo presso gli anziani anche perché alcuni di questi erano pure in servizio nella Chiesa di Sant’Isidoro di Giarre.
Figure altamente rappresentative sono i cappellani Leonardo Grassi Gentile, che suole firmarsi primus Cappellanus et beneficialis regalis Ecclesiae Divae Agatae et Isidori, don Salvatore Raciti, meglio noto come padre don Sarvaturi, e don Matteo Brischetto.
Durante la cappellania di Leonardo Grassi Gentile, il villaggio tocca uno dei momenti più fulgidi della sua storia con la ristrutturazione e la decorazione della Chiesa, e l’istituzione del «Laboratorio».
Gli artefici di tali realizzazioni sono Francesco Continella Patanè, fu Saverio il quale aveva scelto Santa Maria La Strada come abituale dimora (ancora oggi dei Continella); il barone Cherubino Calì Costa, che trascorreva gran parte dell’anno nel magnifico palazzo (oggi della famiglia Greco), ch’è quasi di fronte alla chiesa, e l’arciprete di Giarre don Carmelo Patanè (poi, arcivescovo).
Don Francesco Continella, grato alla Madonna della Strada che gli avrebbe ridato la salute, volle, nel 1908, adornare ed arricchire il piccolo tempio con una serie di opere le quali testimoniano le capacità dei nostri decoratori e pittori(4) e la generosità dei possidenti. Il cielo della chiesa è veramente un inno alla varietà dei temi e dei simboli sacri e al liberty. Il verde calabria ha in essa una sua degna collocazione.
L’opera di questo grande benefattore si estese anche alla ristrutturazione del sagrato, alla costruzione del pulpito «in stucco marmoreo» con piedistallo in marmo bianco, alla pavimentazione, alle costruzioni delle tre Cappelle (quella del Sacro Cuore di Sant’Antonio di Padova e di San Francesco di Paola). Non trascurò inoltre di fare abbellire ogni angolo della chiesa per renderla veramente degna della gran Madre di Dio.
A ricordo di tutte queste opere, restano le lapidi scolpite in marmo che ne eternano il ricordo(5).


Il «laboratorio»

L’altra opera ch’è iniziata sulla fine dell’Ottocento, sempre in questa borgata, è un istituto educativo. Artefice ne fu il barone Cherubino Calì Costa che prese in affitto dal signor Mariano Zappalà alcune case per destinarle al laboratorio femminile per l’insegnamento della religione e perché «in pari tempo potesse in seguito servire come locale in cui le pie donne prestassero la loro opera volenterosa nell’insegnamento dei lavori domestici».
La costituzione del laboratorio è perfezionata con l’atto del 3 aprile 1907, stipulato dall’arciprete don Carmelo Patane, in nome dei parrocchiani che hanno raccolto lire duemila per l’acquisto dei locali necessari per il suo funzionamento. Le case acquistate erano quelle medesime del Signor Mariano Zappalà.
Il laboratorio che si configurava come un istituto professionale con specializzazione nel ricamo, ha una sua gloriosa storia.
Sono infatti a tutti note le opere di ricamo pregevoli uscite dalle mani delle allieve di questo pio istituto che era diretto dalla superiora Alfia Barbagallo. Non sono poche le famiglie della ricca borghesia acese che conservano ancora lavori eseguiti in quel laboratorio.
S. Maria La Strada, popolato per volontà degli acesi, reso fertile dalle mani instancabili dei contadini del luogo, è una testimonianza feconda della presenza vivificante dell’opera della chiesa intesa a illuminare e guidare il popolo. Il lavoro e la religione si fondono, e così si realizza lo scopo: «impartire l’insegnamento di detti lavori domestici e della buona educazione nella sociale convivenza, che riesce un’opera di somma utilità civile, politica e religiosa». È un brano dell’atto intercorso fra l’Arciprete Patané e Mariano Zappalà, per l’acquisto del terreno necessario.


Vita sociale e religiosa

Oltre al barone Calì Costa e a don Francesco Continella v’è tutta una schiera di protagonisti nascosti ed operosi nella vita sociale e religiosa della borgata.
«Vita parrocchiale», n. 42, del 24 novembre 1929 (pubblicazione mensile della Chiesa di S. Maria La Strada) presenta un esempio assai fulgido di operosità sociale, ricordando la signora Anna Maugeri vedova Finocchiaro: «La sua perdita apportò il generale compianto non solo alla nostra ma anche alla parrocchia di Giarre, ove era conosciuta ed altamente apprezzata per la sua eccezionale carità. Sebbene non fosse ricca (non lo era affatto!), sapeva trovare i mezzi per avere aiuti da persone facoltose e caritevoli; metteva la pace nelle famiglie, nel nome del Signore componeva i dissidi, risolveva ristrettezze economiche, era un portento, era un angelo consolatore; umile ed immensamente affabile, gelosa della casa di Dio, la quale aiutava sempre con le sue elemosine, preparava biancheria, portava sussidi di altre persone, era la prima a concorrere ai bisogni della Chiesa, insomma era la vera donna benedetta da Dio».
E chi non ricorda le sorelle Angela e Maria Zappalà e l’instancabile artigiana dei fiori di carta Concetta Pistorio? Erano piccole gemme che arricchivano il villaggio, de «la Strada».
La riflessione su queste piccole comunità, prevalentemente agricole, ci fa veramente riconsiderare alcuni valori che oggi rischiano di essere travolti dalla erronea e supina accettazione del falso progresso.


La parrocchia

I tempi ormai erano maturi perché la piccola chiesa sacramentale del 1854, fosse elevata a parrocchia. L’arcipretura di Giarre era tenuta in quegli anni da un sacerdote di eccezionale cultura e di profonda religiosità: don Tommaso Leonardi, 1921, il quale trovò nel vescovo Mons. Bella, e nel suo eccezionale vicario don Giovanni Musumeci, gli uomini idonei allo scopo. La Parrocchia si ebbe nel 1922.
Il Sacerdote don Salvatore Penturo, primo parroco, fu in verità l’uomo adatto per la situazione sociale e religiosa che già era maturata nella piccola borgata, all’ombra della Madonna della Strada.
Era di profonda virtù interiore e dotato di una preparazione culturale che gli consentiva la capacità di individuare e risolvere i problemi della nuova comunità parrocchiale. Ebbe vicino a sé anime elette e collaboratori instancabili come il barone Cherubino Calì Costa, don Saverio Continella e donna Anna Maugeri, l’indimenticabile madre di tutti (madre di mia madre).
Promosse i vari rami dell’azione cattolica e le «figlie di Maria». Guardò e curò con grande simpatia il «laboratorio» da dove uscivano i più bei ricami della zona la cui fattura può grazie alla saggezza dei parroci, ancora ammirarsi nei paramenti della chiesa stessa.
Curò la pubblicazione di un bollettino parrocchiale «La voce di Maria Santissima della Strada», strumento di comunicazione con tutti i suoi parrocchiani e i devoti della Madonna.
Il Bollettino è ancora oggi un documento dal quale emerge l’intensa e profonda attività del primo parroco che attirò tanta simpatia verso quella sua chiesa.
La parrocchia per il sacerdote Penturo fu un punto di riferimento per una serie di attività religiose, sociali e artigianali che dessero l’immagine dell’integrale visione dell’uomo annunziata da Cristo.
La sua giornata terrena, conclusasi il 19 marzo del 1933, resta ancora viva nel ricordo di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo e stimarlo.
Il secondo parroco, don Gaetano Leonardi anche nel breve tempo trascorso nella chiesa della borgata, continuò l’opera del suo grande predecessore.
Nel 1937, arriva il terzo Parroco don Rosario Maccarrone, proveniente da una buona ed agiata famiglia di Fiumefreddo. Dotato di grande umiltà e semplicità aveva una non comune dose di umorismo che lo rendeva gradito ai piccoli come ai grandi. Era un sacerdote vero, autentico, e il suo apostolato non conosceva limiti. Amava camminare a piedi e lo si incontrava in tutte le manifestazioni religiose del territorio in compagnia del suo grande ombrello di tela cerata, sia d’estate come d’inverno. La sua grande semplicità e la totale dedizione al ministero sacerdotale lo portavano a gesti di grande umanità e di profonda sensibilità. Si offrì da padrino al povero Isidoro (conosciuto per l’espressione «fatta è»), dato che per gli emarginati non è facile trovare protettori.
Ha il merito di aver conservato il tesoro della chiesa durante gli eventi bellici poiché non volle mai abbandonare la sua canonica anche quando un plotone di artiglieria tedesca andò a bivaccare all’interno della chiesa, istituendo un osservatorio sul campanile, dal quale venivano inviate istruzioni ad una batteria di campagna che operava sul ponte del torrente di S. M. La Strada.
Don Rosario Maccarrone si spense nella sua amata parrocchia nel settembre del 1957.
Giuseppe Grillo, il quarto parroco (dal 1959), trafuse nel suo lungo servizio in parrocchia, la sua grinta giovanile, il suo entusiasmo, la robustezza e la tenacia della sua vocazione. Era giovane e rivitalizzò i vari settori dell’apostolato sacerdotale.
Fra le realizzazioni più durature, quella di aver preparato il suo successore don Rosario Di Bella. Il 12 ottobre infatti lo accompagnò al seminario diocesano con la certezza della riuscita.
Il 1Ø novembre 1981 il sacerdote Rosario Di Bella, figlio autentico della borgata, è chiamato a succedere nella parrocchia a don Giuseppe Grillo, destinato ad altro compito.
La sua nomina fu accolta con particolare entusiasmo, perché si tratta di un parroco figlio della stessa terra di Santa Maria la Strada. Oggi padre Rosario Di Bella ha anche la parrocchia di San Giuseppe di Carrabba.
La chiesa e l’immagine della Madonna

Non possiamo concludere questo scritto su una delle più interessanti borgate di Giarre senza parlare della struttura della sua chiesa e dell’artistico dipinto ad olio che si conserva nel suo interno.
Lo stato attuale del tempio presenta una chiara struttura neoclassica con elementi barocchi. La sua costruzione si attribuisce alla metà del secolo XVIII. Tale indicazione viene anche confermata dalla data del 1783 apposta nell’organo che è stato di recente rinnovato e che è uno strumento di gran pregio per l’armoniosa musicalità delle sue canne. L’abside è riccamente adornata di motivi floreali di stile liberty. Padre Rosario Di Bella ha fatto rifare a nuovo l’interno della Chiesa e alcuni quadri.
All’interno nel senso della sua lunghezza, la chiesa presenta a destra e a sinistra, otto archi con quattro altari e altrettante cappelle. Sull’altare maggiore i coniugi Salvatore De Salvo e Rosa De Pasquale da Messina, fecero costruire, nel 1873, una graziosa cappella in marmi di levante, giallo antico, rosso macchiettato di bianco. In tale cappella, fiancheggiata da due svelti pilastrini d’ordine corinzio, era collocata un tempo (oggi è altrove) l’immagine della Madonna col Bambino.
Molto si è discusso su questo dipinto che è di gran pregio. L’ipotesi più ricorrente è che esso provenisse dall’antica chiesuola esistente nel luogo dell’attuale tempio e sia fattura dalla Scuola di Antonello da Messina. Ma anche se mancano elementi corroboranti di tale ipotesi siamo certi che la tela debba attribuirsi alla seconda metá del secolo XV.
L’immagine della Madonna presenta un alito di grazia e di vita del tutto originale, una soavità ed una bellezza che lascia affascinati. Così la descrive Gaetano Caltabiano Previtera.


L’immagine della Santa Vergine

Ciò che di pregevole ancor dura nel Santuario e degno di gelosa custodia, è il quadro della Madonna della Strada, che, a mio credere, appartiene a quel periodo del risorgimento della siciliana pittura, che, poco dopo, toccava l’apologeo coi due famosi capiscuola, Vincenzo Ainemolo, palermitano, e Gerolamo Alibrandi, messinese. L’Augusta Regina del Cielo nell’atto di offrire al popolo il Divin Figliuolo, come se dicesse colle parole bibliche: ecco il mio Figliuolo prediletto, amatelo! E ciò in mezzo ad un’aurea luce, che discende dal cielo e divide in due una fitta nube come per dire: Egli è la Via del Cielo, la Luce del mondo, la Verità, il Desiderato, il Re dei Re, il Cristo, il Sotir (il Salvatore) il Pantocrator (l’Onnipotente di San Paolo), il Promesso, sin dalla caduta del primo uomo, l’Annunziato da Mosè, da Davide, da Giobbe, dai Profeti, l’Evangelizzato dagli Apostoli, il Confermato dai Martiri, dai Santi, che muore in croce sul Golgota, non per salvare un popolo che geme sotto la tirannide d’un Faraone, ma per ritrarre, col suo sublime sacrifizio, colla divina sua parola, l’uman genere dagli errori delle false religioni, dalla colpa, e ricondurlo alla prima ed originaria fonte al Sublime Vero, all’adorazione ed al culto del suo Signore. Creatore e Redentore, per aprire a tutti un’era di nuova civiltà, fondata sulla morale, sulla rettitudine, sulla virtù.
La santa Immagine, per nobile grazia del volto, è una delle pregevoli opere di pittura uscite dal siciliano pennello. Aleggia in essa, con ispirazione veramente cristiana, il concetto e il sentimento. Scevra del tutto delle torve e nere forme bizantine, per le divine fattezze del volto, per la soavità del colorito e pel disegno, si da tosto a conoscere per un parto di quella sicula, originale scuola, che s’immortalò alla fine del XV e nel XVI secolo colle sue stupende produzioni. Fu fatta ritoccare nel ceruleo mantello, che avvolge la veste dalle ginocchia ai piedi, da un infelice pennello per ignoranza di chi avrebbe dovuto averne la più gelosa cura, perché conservasse in ogni luogo il tesoro di inestimabili pregi. Malgrado ciò, ed un altro imperdonabile guasto in una mano del Divino Bambinello con una malaugurata sovrapposizione di colori, tuttavia, per buona ventura, è rimasto illeso nelle altre parti, che non offrivano alcun bisogno di ritocchi. Tante preziose tele e tavole, che sono l’espressione del sublime volo della pittura in Sicilia nei secoli XV e XVI, rimangano abbandonate a sé stesse facendo lor subire l’azione deleteria del tempo, o in mano di chi, non conoscendone il valore, li fa ridipingere per mal’intesa economia, da un guastamestieri. Ciò che rimane integro della sacra immagine sono il più che angelico volto, i capelli, il collo, il petto, le braccia, le mani dal profilo morbido e gentile. Dal sembiante spira una grazia, una soavità, una venustà celestiale ed attraente insieme, e col fulgore dei begli occhi rapisce, sforza all’amore ed alla venerazione.
Dimmi di grazia amore, se gli occhi miei
Veggono il ver della belta’ ch’io miro,
O s’io l’ho dentro al cor, che ovunque giro
Veggo piu’ bello il viso di costei.

Siede qual maestosa Regina del Cielo e tiene ritto sulla diritta il Divino Bambinello nell’atto di benedire il popolo colla destra, mentre colla sinistra sorregge un globo. A piè della Vergine, dal sinistro lato, sta il Battista genuflesso, che accenna colla destra il Signore e stringe colla sinistra un piccolo pallio. Alcune teste di angeli le fan da corona.


Chi dipinse la sacra tela

Indarno l’amatore delle Belle Arti chiederà al quadro chi lo abbia dipinto poiché non offre alcuna iscrizione per essere stato, come dicesi, ritagliato attorno per adattarlo ad una più stretta cornice. Così scomparve il nome di quell’ispirato genio siciliano che lo dipinse.
Quanti sono ignari del nascere, del progredire, e del decadere delle Belle Arti in Sicilia, attraverso i secoli e le umane vicende, credono che il sacro dipinto sia stato dono di Ruggiero. Ma s’ingannano a partito, essendo il quadro su tela e ad olio, la qual maniera di dipingere non conoscevasi al tempo di Ruggiero e dei suoi successori, e fu introdotta in Sicilia ed in Italia, dopo la metà del XV secolo da Antonello degli Antoni, messinese, il quale, sia per questo nuovo genere di pittura, sia per le sue stupende opere, salì in tanta rinomanza che meritò dal Vasari il titolo di eccellente. Si rese soprattutto celebre per la fisionomia celestiale, per gli occhi maestosi e contemplativi delle sacre immagini. Apprese probabilmente il segreto del colorire ad olio da Ruggiero di Bruges, belga, col quale contrasse a Venezia un’intimità, benché il Cicognara, il Tambroni, il Federici vogliano sostenere che in Italia si sia dipinto ad olio prima di lui, ma non fan cenno di alcuna dipintura ad olio degna di mensione, e non se ne vide pria che Antonello venisse fuori colle sue belle tele. Chiaro quindi emerge che il quadro non fu dono di Ruggiero, ma dei fedeli o degli amministratori del santuario, verso la fine del quindicesimo secolo. Se Ruggiero avesse avuto in animo di fargli dono d’un quadro, sarebbe stato d’una tavola con quell’apparecchio di colla, tela, gesso che la pittura a tempera richiedeva, com’egli fece per la chiesa di S. Giovanni a Mazzara in Palermo, ed allora la sacra immagine sarebbe stata di forme bizantine e corimbata, secondo lo stile pittorico di quell’epoca; il che non riscontrasi nella bella tela, che ancor sussiste, malgrado il corso di più che quattro secoli. Vuolsi per tradizione che Ruggiero, sulla parete soprastante all’altare maggiore, facesse dipingere, in affresco, in una a molti fregi e forse ad altre immagini, il simulacro della Madonna che, per il lungo correre degli anni, o per umidore, era così svanito da indurre i fedeli o gli amministratori del tempo a commettere ad Antonello, durante la sua dimora in Messina, reduce da Roma, la sacra tela, benché nulla dicano i pochi documenti del seicento, che io ho potuto frugare.
A concludere il quadro non è del Conte, sia perché ignoravasi allora la pittura ad olio, sia perché con Antonello, che seppe levarsi sulle ali del genio, fu bandita la goffaggine bizantina, proscritto il corimbo dalle teste e trafuso nelle sacre immagini un alito di vita tutto nuovo, originale, una bellezza, una grazia, una soavità che affascina.
La sacra tela coll’aria del sovrumano volto, che parla al cuore e ne tocca le segrete corde, è da stimarsi, a mio avviso, un ’opera del pennello di Antonello degli Antonii, che diffuse le sue opere nella Sicilia orientale, anzi sono indotto a credere che l’immagine della Madonna della Strada, che si venera in Roma, nel tempio di Gesù, sia dello stesso Antonello, dappoiché quivi egli fece soggiorno per alquanto tempo».
Allegato 1
«Regnando S.M. Ferdinando II, presente innanzi a noi regio notaio e testimoni soscrivendi, il sig. barone don Mariano Calì Costa, proprietario, del fu barone Paolo, la signora donna Agata Pennisi in Scudiero, proprietaria, del fu don Stefano e vedova del fu don Martino, la signora donna Venera Pennisi in Continella, proprietaria, del defunto don Saverio e vedova del fu don Francesco; il signor don Michele Leonardi proprietario, del fu don Paolo; tutti e quattro della Comune di Aci, ivi domiciliati nelle rispettive proprie case, al presente qui in Giarre ritrovati.
Il cavaliere don Placido Citelli proprietario, dello estinto don Giuseppe della Comune di Catania, ivi domiciliato, quivi pure ritrovato.
Il signor Rosario Grasso, borghese possidente del fu Sebastiano; Salvatore Finocchiaro, colono del fu Alfio; Carmela Torrisi, possidente figlia di Antonio, e con il di lei padre Antonio Torrisi, colono del fu Gregorio di questa suddetta Comune domiciliati cioè; il signor Grasso in Giarre, nella propria palazzata, sita nella strada nuova, e il Finocchiaro padre e figlio, e padre e figlia di Torrisi, nel quartiere della Strada.
Presente pure la signora Teresa Mangano, proprietaria, del fu don Filippo; Giuseppe Zappalà, bordonario, del fu Mariano; Leonardo Grasso, bordonaio del fu Agostino; Isidoro Grasso, bordonaio, di Sebastiano; Leonardo Calabretta, colono del fu Mariano, Rosario Loschiavo, colono, figlio di Rosario, e Mariano Calabretta colono, figlio di Leonardo, di questa suddetta Comune domiciliati cioè, suddetta signora Mangano, qui in Giarre in casa propria, sita nella strada Carolina, e gli altri in detto quartiero della Strada tutti da me notar conosciuti da una parte.
E dall’altra il reverendo Arciprete d. Salvatore Fiamingo, proprietario, del fu don Giuseppe di questa suddetta Comune, qui domiciliato che interviene con detta qualità d’arciprete a me notaro pure noto.
Suddetti componenti permettono, che suddetto quartiere della Strada ove esiste una chiesa sotto titolo di Santa Maria della Strada, rinnovellata a spese di quei fedeli, e intersecato da un torrente a tutti noto, che in tempo di copiose piogge si rende intransitabile e ne impedisce la comunicazione con questo Comune di Giarre che molti fedeli di detto quartiero e campagne adiacenti attaccate di gravi malattie per cause di detto torrente intransitabile in tempo di piogge han sofferto la disgrazia di mancare ai viventi senza il benefico soccorso dei Sacramenti. Scienti i componenti suddetti che la chiesa suddetta non ha la rendita sufficiente onde la medesima possa elevarsi a Sacramentale e spinti di quella carità cristiana che aver debba ogni cittadino si sono determinati a contribuire quanto appresso per il supplemnto della rendita necessaria per elevarsi la lodata chiesa a Sacramentale e quindi divengono all’infrascritto atto del tenore seguente. ...Sotto l’espressa convinzione che se la lodata chiesa infra mesi quattro numerandi da oggi non sarà elevata a sacramentale; scorso tale termine le suddette rispettive assegnazioni si ritengono come non fatte, e non produttive da alcun effetto...
Restano pure obbligati al puntuale rispettivo pagamento, in ogni evento, ancorché si verificassero casi fortuiti ordinari o straordinari; rinunciando ognuno di essi a tutti i casi fortuiti previsti e non previsti dalla legge.
Convengono sudetti assegnandi e li debitori cessi, e i di loro rispettivi eredi ed aventi causa per la rispettiva somma sopra espressata, restano per espressa convenzione solidamente obbligati al puntuale pagamento della rispettiva porzione sopra assegnata, e dovuti casi per patto rinunciando a qualunque beneficio di legge.
Sotto l’infrascritto patto tra tutte le suddette parti convenuto che sempre e quando si voglia sudetti assegnandi, debitori cessi o suoi rispettivi successori daranno e pagheranno il rispettivo capitale delle rispettive piccole somme sopra assegnate e dovute a detto reverendo Arciprete per esso, e futuri arcipreti accettanti e depositeranno sudetti rispettivi capitali, presso un sicuro depositario comunamente erigendo clausulati, e condizionati che dallo stesso non possono spendersi né in altro uso adattarsi se non in compra di rendite sopra beni stabili, tutti sicuri, all’oggetto di fare frutti a favore di detta chiesa per l’oggetto sudetto e nei rispettivi rimpieghi sudetto depositario dover dichiarare sudetti capitali esser provenienti dalle persone di detti assegnanti, o debitori cessi e suoi successori, all’oggetto che le rendite da comprarsi stassero soggette ed ipotecate alle persone, che si relueranno i capitali sudetti, nel caso che per l’avvenire potranno essere molestati; su la legge del perpetuo reinvestimento e pagheranno insieme i frutti allora forse maturati; e non pagati in allora ed in tali casi sudetto reverendo arciprete, è d’ora per allora promette, resta per sé, e futuri arcipreti obbligato con detti assegnanti, e depositari cessi per sé e rispettivi successori, stipulanti sudette rispettive annuali rendite rivendere, ed in quanto alla persona o persone, che si rilueranno cancellare il presente contratto e di tale revendizione formarne pubblico strumento per gli atti di quel si sia pubblico notaro, a mente della legge. Per l’esecuzione del presente atto sudetti signori barone Calì, cavaliere Citelli, signori Di Pennisi in Continella, signora Scudiero nata Pennisi e signor Leonardi eliggono per domicilio le loro rispettive casine di campagna, site vicino al caseggiato di detto quartiere Strada, e tutti gli altri componenti ritengono per domicilio le sudette rispettive case di loro attuale dimora, ove occorendo saranno rilasciati tutti gli atti relativi al presente.

News e Comunicati